12 settembre 2017

il tempo di salutare

Ascolto e conservo per raccontare alle mie genti quello che sta accadendo, quello che è accaduto e ci hanno nascosto, quello che sapranno i giudici della mia Terra, e solo loro. E i giudici a cui indirizzare le mie parole oggi sono quelli che sentono per la prima volta questa voce, quella di un essere umano sardo che ha fatto del lavoro estetica di vita, e della parola la sua spada.
Si sono impossessati del mio lavoro, prima, e della mia vita, poi, nei modi più perversi e con la complicità diffusa di troppe persone. Si sono installati al quinto e al settimo piano del palazzo in cui abitavo, a Parigi, e da lì, per anni, hanno spiato la mia vita e saccheggiato le mie intenzioni di libertà. E così, da Parigi a Santa Luria, si è andato costruendo un muro di omertà e falsificazione della realtà: mi hanno dichiarato pazzo e drogato, alcolizzato e pedofilo, ladro e infame, mercenario e sieropositivo. E si sono fatti difensori del mio onore personaggi senza scrupoli di dubbia moralità che hanno frugato le carte della mia stanza sarda e scopato nel mio letto indossando maschere a difesa della loro celebrata profanazione. E non posso far valere la legge della violazione di domicilio giacché le prove sono in mano a chi ha permesso queste violazioni, costruendomi addosso, di fatto, la prima disonorevole gabbia. Temono le mie parole perché sono libere e non hanno padroni. Temono la mia libertà perché sono schiavi del ricatto.

[continua qui]

04 aprile 2017

[...]

sull'avenue de Verdun, dalle 19h00 alle 21h30, distribuiscono pasti caldi, e ieri, per la prima volta da quando vivo in questa città, ho scelto il mio pane, la mia baguette. all’imbocco dell’avenue c'è una piccola folla che banchetta come può e dove può. non capisco dove inizi la fila né dove finisca, e solo dopo essere arrivato nei pressi del banco di distribuzione mi sorprendo dell'armonia funzionale che vi regna. faccio come quelli che mi stanno davanti, bonjour, dico, e guardo negli occhi il distributore di pane e gli indico la mia baghetta: voglio quella! mi risponde bonjour, e me la dà! merci, e andare! in altre postazioni distribuiscono zuppa, acqua, vino, caffè. io cammino verso la piazzetta metafisica di place raoul follereau, e spezzo il pane offertomi, e mangio liberato costeggiando il canale fino alle chiuse di jaures.

al 15 dell'avenue di porte de la villette distribuiscono dei pasti gratuiti per chi è senza fissa dimora. e la mia fame è da tempo senza fissa dimora, come la mia fame di sapere, di vedere, di vivere. [...]
non c'è fila, la mensa è ancora aperta, entro e cerco il luogo di distribuzione del pasto.  la conformazione spaziale della mensa e il suo funzionamento mi ricordano le mense durante i tre anni di vita militare. sono cambiati i soldati, ma l'efficienza del rancio rimane la medesima. un vassoio e una tovaglietta di carta, bicchiere e posate di plastica raccolte all’interno di un tovagliolo di carta, couscous con sugo di melanzane dentro piatto di plastica, un formaggino, una scatoletta di riz au lait, un'arancia, due gaufrettes goût chocolat, due pezzi di baguette. anche il mio vassoio è riempito, ed è uguale a tutti gli altri. la sala è colma, mi siedo nel primo posto libero che vedo, in un tavolo da sei, proprio di fronte al banco della distribuzione. dico bonjour intanto che mi siedo, e vedo che ognuno consuma il suo pasto con occhi lontani, e io cerco di fare le cose per bene, ma sono nervoso e mi cade il coltello di plastica. lo ignoro e mi concentro su questa soddisfazione di mezzodì: erano ormai diversi giorni che non mangiavo, erano ormai troppi giorni che non mangiavo in compagnia.

03 aprile 2017

[...]

E se un giorno dovesse ispirarmi, che ne so,
Il mare,
Tancrede proverebbe ad incularsi anche quello,
Annegandovi il piacere.

01 aprile 2017

aion

Il 2015, nel calendario cinese, è l'anno della capra, mentre il 2014 era quello del cavallo. In questo momento in Cina stanno festeggiando il nuovo anno, e con Tancrède ci ritroviamo Chez Fei, un piccolo ristorante sull'avenue Jean Jaurès. Auguriamo buon anno alla nostra ristoratrice pechinese intanto che ci accomodiamo nell'unico tavolo libero, Fei sorride, ringrazia e ci augura a sua volta buon anno. La scopro specchiarsi vanitosa ogni volta che ci parla: sono rapidi gli sguardi nel grande specchio di fronte alla vetrina dove ben ordinate in vassoi ci sono le pietanze del giorno.
Ho con me anche un foglio scritto a penna. In alto c'è scritto così: film – marzo 2015. Avevo scritto tutto.
Andiamo avanti, quindi. L'adattamento teatrale.

Mi stai ascoltando?
Sì.
Inizia a prendere qualche appunto!

Inizia a scrivere anche tu, Tancrède!

Scrivi per il teatro, Tancrède. Immagina!

Immagina alcuni stagisti che si agitano attorno al produttore, nel suo studio!
E chi lo fa il produttore?
Tu!
Io? Va bene!
Il produttore presenta lo scrittore al regista. Il regista si chiama Gianni.
E lo scrittore?
Lo scrittore è sardo, porta una lunga barba cespugliosa e ha l'aria adombrata: sembra preoccupato, perso nei suoi pensieri – e sarà sempre così. Lo scrittore e il regista si stringono la mano con esitazione. Lo scrittore, un po' indisposto da questo incontro domanda al regista: «Allora, qual è il soggetto di questo film?»
...
Il regista non risponde subito, poi gli dice sorridendo: «Ti devo portare in un posto incredibile, giovedì 30 maggio sei libero?»

«Sì» risponde lo scrittore, «posso prendermi tutto il giorno!»
Posso interromperti? mi domanda Tancrède.
No, aspetta!

Di nuovo un momento di pausa, il silenzio è carico di tensione; il regista non sa se debba sorridere o meno, e lo scrittore sembra serio. «Adoro i tuoi libri» si complimenta infine il regista. «Adesso non esagerare» risponde lo scrittore.

Che ti sembra?
Non mi piace.

Dovresti scrivermela, poi ne parliamo...

Non riesco ad ascoltare, mi perdo.

Mullca ha prodotto 14 milioni di sedie – spiega il regista allo scrittore – una piccola rivoluzione nel panorama della produzione delle sedie; ogni scolaro ha trascorso almeno 9360 ore su queste sedie.

Quando la fabbrica Mullca chiude, a Noisy-le-Sec nel 1997, 120 operai perdono il lavoro dall'oggi al domani. Si narra che fu l'incredibile solidità di queste sedie a causare il fallimento della fabbrica!
Interessante.
Ma sono tuttavia indeciso se inserire o meno le sequenze dell'impagliatore.
Un impagliatore che lavora due sedie al giorno è un omaggio alla lentezza.

Come dev'essere il direttore della fabbrica?
Alto, credo. Un po' magro. Incattivito dal lavoro.
Cosa dovrà fare?
Qualche scena. Un discorso, per esempio, quando chiude la fabbrica.
Va bene, prima però dobbiamo trovare l'attore!
No, io devo trovare l'attore!
Prima troviamo l'attore e poi io ti scrivo il discorso!
Ma perché prima l'attore e poi il discorso?
Perché voglio vederlo in faccia per scrivere un discorso adatto alla sua faccia, al suo corpo, alla sua voce. Capisci?

I titoli di testa... ci hai pensato?
Ma tu devi scrivere, non devi fare il regista!...
Il film è già tutto scritto! Tranquillo, è tutto... scritto.
E dov'è? Dov'è?


*

Perfino un allarme bomba che fa evacuare le Conseil de Prud'hommes!
Suona l'allarme e dobbiamo uscire tutti: giudici, avvocati, assistiti…
Marciamo ordinati fino a le quai de Valmy, e stazioniamo sul marciapiede in attesa di notizie… Che arrivano senza che sia troppa l'attesa: è stato recapitata una lettera con su scritto così: entro le 16h morirete tutti.
Ah, bon? dico a chi mi assiste, sotto la pioggia e senza ombrelli che ci riparino.

Ma è strano, non trovate anche voi? È strano che le macchine possano circolare… non lo trovate anche voi piuttosto strano?
C'è una bomba, forse…
Si può morire in tanti modi di questi tempi…
C'erano i cani? mi chiede il mio avvocato.
Non li ho visti.

Quel ragazzo della sicurezza ha detto comunque che non si trattava di un'esercitazione.
Scorgo a pochi metri da me l'ombrello di Tancrède e penso: ho sempre preferito prendere la pioggia che aprire ombrelli dallo stile discutibile!
Non intendo incrociare il suo sguardo – gli ho già stretto la mano appena mi sono accorto della sua presenza.
Ça va?
Ça va et toi?
Ça va!
E poi a fumare! Ché non ho più niente da dirti, caro il mio Tancredi, il dado l'ho lanciato quando ho chiuso l'ultima nostra conversazione telefonica, lì mi sono convinto che con i bischeri come te bisogna mettere la legge davanti alla forza bruta, una legge elegante… e ti auguro che questo giudizio possa rimanere l'unico nella tua vita!… Ma purtroppo già so che non sarà così: altri, come me, si rassegneranno al fatto che ci sono rapporti umani che arrivano a regolarsi solo con la legge – lo dice la storia dell'uomo. Allo stesso modo di come ci sono rapporti politici che arrivano a risolversi soltanto con la guerra – la storia racconta anche questo.
Ma dobbiamo andare con ordine, in questa storia di cinema e disincanto. E siamo ancora sotto la pioggia. E siamo appena all'inizio!

12 marzo 2017

la vita a spezzatino – la mia, mica la tua

È Baudelaire a ricordarci che fottere è aspirare a entrare dentro un altro, e l'artista non esce mai da se stesso. Possono rubargli tutto: dalle carte più preziose alle sue misere croste al gusto di caffè, possono leggergli la posta per dimostrare uno stato finanziario all'ultimo degli infami, possono entrargli in casa bisognose di alloggio gocciolando impavido e perverso interesse: ronzano di lato senza guardarlo, senza l'onore delle armi utilizzano le più squallide!
Se ti sono entrati in casa, mon frère, andiamo a fare la guerra!
Lì, mi sono rasserenato... Avevo dei fratelli, ed erano negri come me.

[...]

Emmy mi racconta di questo produttore cinematografico – lo chiama così – che candidamente stacca assegni uno dietro l'altro: acquista foto e video, acquista il silenzio e le parole per metter materia alle sue narrazioni.
Penso a Tancrède, immediatamente e senza esitazione.
Ma perché?
Un film sulla vita di un uomo molto solo, mi dice Emmy.

Potremmo perfino renderlo più solo, ha detto questo produttore.

In questo gioco di scarnificazione è la solitudine dell'uomo al di là del ruolo che ci interessa indagare. Il ruolo, qualunque esso sia, rimane un attributo affidato al riconoscimento di una collettività.
Ed è solo regnando su se stesso che l'uomo si esenta dal ruolo.

Hai già mangiato?
Sì, sono andato dai cinesi. Tu?
Io no.

Posso dormire un altro giorno qui da te?
Va bene, solo un'altra notte, però.

On est d'accord?
Oui, on est d'accord.
Hai smesso di parlarmi. E continui a scrivere.
Sono qui per scrivere, non per parlarti.

Oggi ho iniziato a fare contabilità, sai?… poi domani vado a Saint-Denis, domattina presto. Ho trovato un'altra casa.

Ti ho portato quattro pesche.
E le birre sono tre!
Non far finta di non capire...

So che hai letto il quaderno... ne avevi diritto! Parlo anche di te...

E non cercare verità di comodo.

Ho fatto questo per amicizia!

Ma tu, cosa ne sai tu dell'amicizia?
Io? Niente!…

Io dell'amicizia non so nulla. Osservo anche quella. Mi scorre davanti. A volte ci parlo, le stringo la mano, la invito a cena. O le mando una rosa… anzi, gliela lascio sul pianerottolo, poi me ne vado.
Chi l'avrebbe mai detto che dopo appena tre birre il mio stato di salute sarebbe stato così lucido! Di cosa mi vuoi parlare, ancora?
Sei un terrorista!
Sono un eroe: do la mia vita per la patria sarda!
No, sei un terrorista, continua Emmy. Ti riempi di bombe e ti fai esplodere in una base militare: sei un terrorista!
Ma siamo in guerra, mia cara! Il mio è un atto di guerra. Il mio obiettivo è militare. Questi militari in armi sulla mia terra la infettano d'ogni male, capisci zuccherino?
Rimani un terrorista!

foyer

L'ultima volta che sono andato a render loro visita è stato poco tempo fa, per dieci euro di thai a credito, e lì, di fronte al mio amico Kamso, mi rendo conto che la mia richiesta ha un prezzo più alto. Kamso si è chiamato fuori dalla vendita già da diversi mesi, ora mi devo rivolgere al Pek, che mi dice va bene, nessun problema... ma prima andiamo a prendere una birra! Lasciamo il Foyer con questa sospensione, io e Pek, e ci dirigiamo in rue de Crimée per una canette di birra: solo una, mi dice Pek, pago io. Ma una volta dentro l'épicerie mi conto gli spiccioli e posso permettermi di offrirla io questa birra. Ne sono felice e dico a Pek che offro io. Lui da principio mi stoppa bruscamente, mi dice ça va, à l'aise... poi si dirige verso lo scaffale e ne prende un'altra. Una birra per ciascuno, quindi.
La birra fredda 1664 la pago io: 1 euro e 40 centesimi.
La birra calda Heineken la paga lui: 1 euro e 30 centesimi.
Meglio avere sempre qualche soldo in tasca, mi dice Pek intanto che ci dirigiamo nuovamente al Foyer. C'è Kamso che ci aspetta all'interno, in viso è tranquillo e riesce perfino a sorridermi: ça va mon frère, ça va allez! Confiance, et c’est tout!
Pek poggia la canette di birra sul tavolo e mi dice di “gardargliela”, di conservargliela. Poi chiama l'ascensore e sale al sesto piano per prendermi la thai. Tornerà soltanto dopo quaranta interminabili minuti...
Io aspetto, e bevo la mia birra, quella di Pek da “gardare”, e Kamso come filtro tra me e gli altri, la solita donna che si divide fra due bande e parla troppo, quelli seduti che sono gli amici di Kamso, forse, e l'unico che sta in piedi mi ha venduto per una macchina fotografica. Ha fornito informazioni sotto compenso – anche in un Foyer di Parigi funziona così.
Un viso bianco dotato di auricolare entra nel Foyer e sa già dove andare. Un negro estremamente grosso si piazza davanti all'ascensore e le parole che si rivolge con gli amici di Kamso che stanno seduti “non” sono parole gentili. Kamso mi è accanto e mi dice di stare tranquillo.
Hai qualcosa da nascondere?
Io? No, non ho nulla da nascondere.
E allora non ti preoccupare, mi dice Kamso.
Non beve, Kamso. Gli passano una canna di hashish, fa due tiri e me la passa. Declino l'offerta e continuo a bere la mia birra, fino a quando quest'uomo basso e di carnagione bianca non transita di nuovo davanti ai nostri occhi, di fretta e con il suo auricolare da sceriffo che gli penzola sul collo.
Io chiedo a voce alta una pistola... voglio i nomi, tutti quanti. Voglio sapere chi compra e chi (si) vende!
Poi torna il Pek, mi dà la droga e mi dice che ci rivediamo presto...

11 marzo 2017

[...]

Osservo muto lo svolgersi degli eventi, parlare significherebbe ammettere una certezza che ad oggi non mi posso permettere: non conoscendo il confine ultimo della verità non posso arrischiarne la difesa. La montagna non si può nascondere, il mare non può fermare il suo moto, il fiume è un messaggio con un inizio e una fine.
Amico mio, ho iniziato a scrivere una lettera per mio figlio… se esiste. E se esiste ha i miei occhi e le mie mani, cammina già come me, e un giorno mi chiamerà Babbo. Ne avverto la presenza ogni giorno che passa, penso che stia crescendo senza padre e senza madre per un vizio di forma: indosso un giogo perfetto in questo gioco di pista, sono la guardia e il ladro a seconda del giorno, il medium e il villico, il master e il portapizza. Siamo in troppi ad aver giocato a chi (si) nasconde meglio, a chi la fa più sporca e vile. L’amico non ti chiede la stessa verità che ti chiederebbe un figlio, sono ruoli diversi, sono differenti i gradi di verità. L’amico asseconda il tuo dubbio, e rilancia l’osmosi… L’amico NON sono tutti, né sono tanti.
Come posso avere fiducia di un amico che mi nasconde la sua paternità?
Per esempio.
Come posso raccontarmi sano se sistematicamente ipotizzo una demolizione controllata di ogni mia creazione materiale e immateriale?
Minare il sentimento e saperne prevedere il crollo, bruciare una collezione intera di disegni per un’opera più grande, esplorare il sacrificio e distinguerlo dal duello. La vittima del sacrificio davanti alla divinità non deve intendere né volere. Isacco si fida di suo padre Abramo e lo segue fino ai piedi dell’altare. Il padre è diventato carnefice per volere di Dio, quindi la comunità che in quel Dio crede solleverà Abramo l'omicida da ogni colpa. Il figlio potrebbe ribellarsi? Dovrebbe? Nella Genesi leggiamo che ad accompagnare padre e figlio ci sono due servi, che non sanno e mai sapranno: Sedetevi e dimorate qui, con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là, faremo adorazione e poi ritorneremo da voi. Isacco non scappa perché non sa, Isacco non scappa perché è già addomesticato. Isacco si fida del padre!
Abramo prende la legna e la sistema sulle spalle di suo figlio.
Isacco domanda al padre dove sia l’agnello: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?
Dio si provvederà da sé l’agnello per l’olocausto, figlio mio!
E invece.
Perché non scappa selvatico, Isacco, quando Abramo lo sistema sull’altare con tutti i rami per il fuoco che se lo mangerà? Perché non scappa, Isacco, quando Abramo prende in mano il coltello che lo scannerà da vivo?
Il sacrificio prevede una vittima da iniziare alla vita.
Il timore incosciente del figlio si confonde con il timore sapiente di Abramo, servile e militaresco di fronte al suo Dio.
Perché non chiede spiegazioni il nostro Isacco?
Sia fatta la volontà di Dio.
Mio padre ha tentato di uccidermi.
Tuo padre sarà benedetto e la sua discendenza sarà moltiplicata.
Mio padre non è capace di intendere e di volere quando si mette a parlare con Dio.
Ma ecco un ariete ardente, ghermito dal fuoco, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo prende l’ariete e lo offre al suo Dio al posto del figlio Isacco.
La nascita arreca con sé l’inconveniente della morte. E ogni figlio di questa terra lo apprende da solo.

(Antiguida, Libro n. 5, Il cinema del disincanto)

02 marzo 2017

altri appunti

Noi passiamo, la Sardegna resta! Questo è un adagio che vado ripetendomi da tempo, come un atto di responsabilità per chi verrà dopo di noi: ogni passo lascia un’impronta che i nostri figli sapranno riconoscere, e giudicare. L’impronta politica che la mia esistenza ha ereditato nascendo, era il 1977, è italiana nella sua architettura statale, nella sua forma. La mia sardità rimane invariata, la mia insularità da per sempre indivisibile. Politicamente non sono rappresentato nemmeno nell’unico parlamento possibile – quello sardo! Alle ultime elezioni regionali ho votato l’indipendenza, come altri centomila sardi. Il nostro voto non è andato sprecato, no! Ha creato coscienza! Ha gettato semi. Ha impietosamente sancito che divisi non andiamo da nessuna parte. Ha detto che il fronte indipendentista, per essere vera alternativa al blocco italiano destra/sinistra deve essere unito (nella divisione). Il primo obiettivo del discorso indipendentista dev’essere quindi l’indipendenza della Sardegna. Vuoi una Sardegna libera? Unisciti a noi, stiamo discutendo questa lotta di liberazione, questo estremo atto di libertà.
Il programma di governo lo faremo da sardi liberi, ognuno con la sua voce, ognuno con la sua impronta ereditata.
Da circa dieci anni vivo un silenzioso esilio volontario – prima nella città di Bologna, e ora in Francia, a Parigi. Mi sono allontanato dalla mia Terra (anche) per meglio comprenderla, e la distanza praticata mi ha insegnato a vedere i suoi confini naturali – interni ed esterni all’Isola – come ponti di collegamento culturale e metapolitico, sintesi di una discussione mediterranea.
E durante questo esilio volontario è maturata l’urgenza di una lotta di liberazione attraverso la quale definire puntualmente le cessioni di sovranità della nostra infra-indipendenza. [...] L’ambiente si concede il lusso di sfamarci, ma l’uomo non si accontenta, consuma, inquina e stabilisce per legge perfino il prezzo del danno. Ergo, attenzione: il principio del “chi inquina paga” potrebbe trasformarsi tragicamente nel perverso “posso pagare, posso inquinare”.