12 marzo 2017

l'alliance

La vedo per la prima volta una sera di marzo, in questo bar: io sono fuori che fumo una sigaretta e lei entra con qualcosa sottobraccio che somiglia a un quadro… per tutta la serata starò attento ai suoi movimenti, e durante l'unica distrazione discorsiva durante la quale animatamente sottolineo la mia sarda appartenenza, lei mi sfugge e se ne va.
E non so nemmeno come si chiama.
Ma se n'è andata? chiedo a Yoann.
Lui mi guarda con gli occhi di fuori e mi risponde di sì, se n'è andata…
Sciacqua un bicchiere e ritorna su di me: ma di chi stai parlando? Di Anaïs?
Sì, quella ragazza alta che aveva un quadro sottobraccio.
Sì, sì... Anaïs, fa Yoann.
E se n'è già andata?
Mi ha detto che era stanca. Vuoi una birra?
Sì, grazie.
E siamo di nuovo al bancone: io e la mia birra da una parte, Yoann e Samir dall'altra. Poi tutti gli altri esseri umani che animano questo incantesimo sociale: il bar.
E la novità del giorno dopo sarà l'accrochage: il quadro di Anaïs appeso proprio davanti ai miei occhi, al bancone, il quadro di Anaïs che mi ricorda un tango di Carlos Gardel.
Buonasera, il tuo quadro puzza di Argentina. Ti chiami Anaïs?
Sì, e tu?
Mi chiamo Roghudi. E sono incantato.
E lui si chiama Gilles, stiamo parlando di campagna…
Una birra, Anaïs?
Sì, grazie.
E lei Gilles?
No, grazie sono servito.
Due birre Yoann: una per me, una per Anaïs.
E rimango in attesa, leggermente distante dai due che continuano a parlare molto vicini.

aion

Il 2015, nel calendario cinese, è l'anno della capra, mentre il 2014 era quello del cavallo: oggi, in questo momento, in Cina stanno festeggiando il nuovo anno. Mi accomodo nel primo tavolo con le spalle alla porta d'ingresso e la ristoratrice cinese mi chiede se desidero sempre il solito. Rispondo di sì, sempre il solito. Poi rivolgo il mio sguardo al calendario appeso al muro e le auguro buon anno. Lei sorride, mi ringrazia e mi augura a sua volta buon anno. Oltre la porta della cucina vedo il marito che traffica con le padelle da lavare; anche a lui auguro buon anno, anche lui mi ringrazia sorridente e mi viene incontro con un bicchiere di vino rosso. Brindiamo, ma non beviamo, posiamo i rispettivi bicchieri e ciascuno torna al suo fare pensato.
Non conosco i loro nomi.
E loro non conoscono il mio.
Ma ci vediamo quasi ogni giorno, per il mio pasto.

la vita a spezzatino – la mia, mica la tua

È Baudelaire a ricordarci che fottere è aspirare a entrare dentro un altro, e l'artista non esce mai da se stesso. Possono rubargli tutto: dalle carte più preziose alle sue misere croste al gusto di caffè, possono leggergli la posta per dimostrare uno stato finanziario all'ultimo degli infami, possono entrargli in casa bisognose di alloggio gocciolando impavido e perverso interesse: ronzano di lato senza guardarlo, senza l'onore delle armi utilizzano le più squallide!
Se ti sono entrati in casa, mon frère, andiamo a fare la guerra!
Lì, mi sono rasserenato... Avevo dei fratelli, ed erano negri come me.

[...]

Emmy mi racconta di questo produttore cinematografico – lo chiama così – che candidamente stacca assegni uno dietro l'altro: acquista foto e video, acquista il silenzio e le parole per metter materia alle sue narrazioni.
Penso a Tancrède, immediatamente e senza esitazione.
Ma perché?
Un film sulla vita di un uomo molto solo, mi dice Emmy.

Potremmo perfino renderlo più solo, ha detto questo produttore.

In questo gioco di scarnificazione è la solitudine dell'uomo al di là del ruolo che ci interessa indagare. Il ruolo, qualunque esso sia, rimane un attributo affidato al riconoscimento di una collettività.
Ed è solo regnando su se stesso che l'uomo si esenta dal ruolo.

Hai già mangiato?
Sì, sono andato dai cinesi. Tu?
Io no.

Posso dormire un altro giorno qui da te?
Va bene, solo un'altra notte, però.

On est d'accord?
Oui, on est d'accord.
Hai smesso di parlarmi. E continui a scrivere.
Sono qui per scrivere, non per parlarti.

Oggi ho iniziato a fare contabilità, sai?… poi domani vado a Saint-Denis, domattina presto. Ho trovato un'altra casa.

Ti ho portato quattro pesche.
E le birre sono tre!
Non far finta di non capire...

So che hai letto il quaderno... ne avevi diritto! Parlo anche di te...

E non cercare verità di comodo.

Ho fatto questo per amicizia!

Ma tu, cosa ne sai tu dell'amicizia?
Io? Niente!…

Io dell'amicizia non so nulla. Osservo anche quella. Mi scorre davanti. A volte ci parlo, le stringo la mano, la invito a cena. O le mando una rosa… anzi, gliela lascio sul pianerottolo, poi me ne vado.
Chi l'avrebbe mai detto che dopo appena tre birre il mio stato di salute sarebbe stato così lucido! Di cosa mi vuoi parlare, ancora?
Sei un terrorista!
Sono un eroe: do la mia vita per la patria sarda!
No, sei un terrorista, continua Emmy. Ti riempi di bombe e ti fai esplodere in una base militare: sei un terrorista!
Ma siamo in guerra, mia cara! Il mio è un atto di guerra. Il mio obiettivo è militare. Questi militari in armi sulla mia terra la infettano d'ogni male, capisci zuccherino?
Rimani un terrorista!

foyer

L'ultima volta che sono andato a render loro visita è stato poco tempo fa, per dieci euro di thai a credito, e lì, di fronte al mio amico Kamso, mi rendo conto che la mia richiesta ha un prezzo più alto. Kamso si è chiamato fuori dalla vendita già da diversi mesi, ora mi devo rivolgere al Pek, che mi dice va bene, nessun problema... ma prima andiamo a prendere una birra! Lasciamo il Foyer con questa sospensione, io e Pek, e ci dirigiamo in rue de Crimée per una canette di birra: solo una, mi dice Pek, pago io. Ma una volta dentro l'épicerie mi conto gli spiccioli e posso permettermi di offrirla io questa birra. Ne sono felice e dico a Pek che offro io. Lui da principio mi stoppa bruscamente, mi dice ça va, à l'aise... poi si dirige verso lo scaffale e ne prende un'altra. Una birra per ciascuno, quindi.
La birra fredda 1664 la pago io: 1 euro e 40 centesimi.
La birra calda Heineken la paga lui: 1 euro e 30 centesimi.
Meglio avere sempre qualche soldo in tasca, mi dice Pek intanto che ci dirigiamo nuovamente al Foyer. C'è Kamso che ci aspetta all'interno, in viso è tranquillo e riesce perfino a sorridermi: ça va mon frère, ça va allez! Confiance, et c’est tout!
Pek poggia la canette di birra sul tavolo e mi dice di “gardargliela”, di conservargliela. Poi chiama l'ascensore e sale al sesto piano per prendermi la thai. Tornerà soltanto dopo quaranta interminabili minuti...
Io aspetto, e bevo la mia birra, quella di Pek da “gardare”, e Kamso come filtro tra me e gli altri, la solita donna che si divide fra due bande e parla troppo, quelli seduti che sono gli amici di Kamso, forse, e l'unico che sta in piedi mi ha venduto per una macchina fotografica. Ha fornito informazioni sotto compenso – anche in un Foyer di Parigi funziona così.
Un viso bianco dotato di auricolare entra nel Foyer e sa già dove andare. Un negro estremamente grosso si piazza davanti all'ascensore e le parole che si rivolge con gli amici di Kamso che stanno seduti “non” sono parole gentili. Kamso mi è accanto e mi dice di stare tranquillo.
Hai qualcosa da nascondere?
Io? No, non ho nulla da nascondere.
E allora non ti preoccupare, mi dice Kamso.
Non beve, Kamso. Gli passano una canna di hashish, fa due tiri e me la passa. Declino l'offerta e continuo a bere la mia birra, fino a quando quest'uomo basso e di carnagione bianca non transita di nuovo davanti ai nostri occhi, di fretta e con il suo auricolare da sceriffo che gli penzola sul collo.
Io chiedo a voce alta una pistola... voglio i nomi, tutti quanti. Voglio sapere chi compra e chi (si) vende!
Poi torna il Pek, mi dà la droga e mi dice che ci rivediamo presto...

11 marzo 2017

[...]

Osservo muto lo svolgersi degli eventi, parlare significherebbe ammettere una certezza che ad oggi non mi posso permettere: non conoscendo il confine ultimo della verità non posso arrischiarne la difesa. La montagna non si può nascondere, il mare non può fermare il suo moto, il fiume è un messaggio con un inizio e una fine.
Amico mio, ho iniziato a scrivere una lettera per mio figlio… se esiste. E se esiste ha i miei occhi e le mie mani, cammina già come me, e un giorno mi chiamerà Babbo. Ne avverto la presenza ogni giorno che passa, penso che stia crescendo senza padre e senza madre per un vizio di forma: indosso un giogo perfetto in questo gioco di pista, sono la guardia e il ladro a seconda del giorno, il medium e il villico, il master e il portapizza. Siamo in troppi ad aver giocato a chi (si) nasconde meglio, a chi la fa più sporca e vile. L’amico non ti chiede la stessa verità che ti chiederebbe un figlio, sono ruoli diversi, sono differenti i gradi di verità. L’amico asseconda il tuo dubbio, e rilancia l’osmosi… L’amico NON sono tutti, né sono tanti.
Come posso avere fiducia di un amico che mi nasconde la sua paternità?
Per esempio.
Come posso raccontarmi sano se sistematicamente ipotizzo una demolizione controllata di ogni mia creazione materiale e immateriale?
Minare il sentimento e saperne prevedere il crollo, bruciare una collezione intera di disegni per un’opera più grande, esplorare il sacrificio e distinguerlo dal duello. La vittima del sacrificio davanti alla divinità non deve intendere né volere. Isacco si fida di suo padre Abramo e lo segue fino ai piedi dell’altare. Il padre è diventato carnefice per volere di Dio, quindi la comunità che in quel Dio crede solleverà Abramo l'omicida da ogni colpa. Il figlio potrebbe ribellarsi? Dovrebbe? Nella Genesi leggiamo che ad accompagnare padre e figlio ci sono due servi, che non sanno e mai sapranno: Sedetevi e dimorate qui, con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là, faremo adorazione e poi ritorneremo da voi. Isacco non scappa perché non sa, Isacco non scappa perché è già addomesticato. Isacco si fida del padre!
Abramo prende la legna e la sistema sulle spalle di suo figlio.
Isacco domanda al padre dove sia l’agnello: Ecco qui il fuoco e la legna, ma dov’è l’agnello per l’olocausto?
Dio si provvederà da sé l’agnello per l’olocausto, figlio mio!
E invece.
Perché non scappa selvatico, Isacco, quando Abramo lo sistema sull’altare con tutti i rami per il fuoco che se lo mangerà? Perché non scappa, Isacco, quando Abramo prende in mano il coltello che lo scannerà da vivo?
Il sacrificio prevede una vittima da iniziare alla vita.
Il timore incosciente del figlio si confonde con il timore sapiente di Abramo, servile e militaresco di fronte al suo Dio.
Perché non chiede spiegazioni il nostro Isacco?
Sia fatta la volontà di Dio.
Mio padre ha tentato di uccidermi.
Tuo padre sarà benedetto e la sua discendenza sarà moltiplicata.
Mio padre non è capace di intendere e di volere quando si mette a parlare con Dio.
Ma ecco un ariete ardente, ghermito dal fuoco, impigliato con le corna in un cespuglio. Abramo prende l’ariete e lo offre al suo Dio al posto del figlio Isacco.
La nascita arreca con sé l’inconveniente della morte. E ogni figlio di questa terra lo apprende da solo.

(Antiguida, Libro n. 5, Il cinema del disincanto)

02 marzo 2017

altri appunti

Noi passiamo, la Sardegna resta! Questo è un adagio che vado ripetendomi da tempo, come un atto di responsabilità per chi verrà dopo di noi: ogni passo lascia un’impronta che i nostri figli sapranno riconoscere, e giudicare. L’impronta politica che la mia esistenza ha ereditato nascendo, era il 1977, è italiana nella sua architettura statale, nella sua forma. La mia sardità rimane invariata, la mia insularità da per sempre indivisibile. Politicamente non sono rappresentato nemmeno nell’unico parlamento possibile – quello sardo! Alle ultime elezioni regionali ho votato l’indipendenza, come altri centomila sardi. Il nostro voto non è andato sprecato, no! Ha creato coscienza! Ha gettato semi. Ha impietosamente sancito che divisi non andiamo da nessuna parte. Ha detto che il fronte indipendentista, per essere vera alternativa al blocco italiano destra/sinistra deve essere unito (nella divisione). Il primo obiettivo del discorso indipendentista dev’essere quindi l’indipendenza della Sardegna. Vuoi una Sardegna libera? Unisciti a noi, stiamo discutendo questa lotta di liberazione, questo estremo atto di libertà.
Il programma di governo lo faremo da sardi liberi, ognuno con la sua voce, ognuno con la sua impronta ereditata.
Da circa dieci anni vivo un silenzioso esilio volontario – prima nella città di Bologna, e ora in Francia, a Parigi. Mi sono allontanato dalla mia Terra (anche) per meglio comprenderla, e la distanza praticata mi ha insegnato a vedere i suoi confini naturali – interni ed esterni all’Isola – come ponti di collegamento culturale e metapolitico, sintesi di una discussione mediterranea.
E durante questo esilio volontario è maturata l’urgenza di una lotta di liberazione attraverso la quale definire puntualmente le cessioni di sovranità della nostra infra-indipendenza. [...] L’ambiente si concede il lusso di sfamarci, ma l’uomo non si accontenta, consuma, inquina e stabilisce per legge perfino il prezzo del danno. Ergo, attenzione: il principio del “chi inquina paga” potrebbe trasformarsi tragicamente nel perverso “posso pagare, posso inquinare”.

12 settembre 2016

[...]

sa représentation d'adieu, c'è scritto così, leggo bene. questo ritaglio era chiuso in una busta che solo oggi ho consegnato a mio padre, una busta chiusa con tanto di francobollo, mittente (io) e destinatario (lui). e oggi, per il nostro primo pranzo assieme qui a santa luria, devo dargli la busta, l'ho voluto apposta a questa tavola. e quando la apre ci trova solo disegni… io sospiro, perché temevo ci fosse anche una lettera... e invece no, niente parole, solo disegni… questa busta me la sono portata dietro da parigi, non l'ho mai spedita… oggi ha trovato la sua custodia, il suolo patrio.